Dietro le quinte: ovvero "Quello che la musica suonata non dice"

Benvenuti in questo osservatorio unico, dove la musica parla davvero, anche quando lo spazio per farlo non è grande abbastanza. Qui raccontiamo ciò che nella musica suonata non si vede: le difficoltà, le assurdità, le passioni e le verità che vivono i musicisti. Il mio blog è sostanzialmente uno sguardo curioso e umano sul backstage della musica suonata, con l’obiettivo di condividere esperienze, creare rete e difendere la dignità del lavoro dei musicisti. È un progetto che vive fuori dalla logica tossica dell’engagement e dentro una cultura musicale che oggi rischia di essere schiacciata da algoritmi, playlist automatiche e locali che trattano gli artisti come “riempitivi”. La chiamo musica suonata perché è quella fatta con strumenti veri e persone vere: non basi, non produzioni perfette, ma mani, fiato, sudore e imperfezioni che raccontano più di mille parole.

AFORISMA

È un pensiero antico, ma continua a parlarci con una freschezza incredibile. E forse è proprio questo il punto: la musica non è solo emozione o spettacolo, è un modo di guardare il mondo. Un modo che ci unisce, ci sorprende e, a volte, ci fa sorridere delle nostre stesse imperfezioni.

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Occhi nuovi, verità vecchie

Quando inizi a guardare con occhi nuovi, vedi tutto. Il bello, certo. Ma anche il brutto. So che là fuori ci sono musicisti con anni di esperienza, storie epiche, serate folli e aneddoti che basterebbero per riempire un libro. Questo blog vuole essere anche casa loro: uno spazio dove chi ha frequentato questo mondo più di me e può raccontare, condividere, sfogarsi, ridere e far riflettere.

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Chi siamo

"Quello che la musica suonata non dice" nasce da un'idea semplice, alimentata da una profonda passione per la musica e per le persone che la rendono viva. Come osservatorio indipendente, ci dedichiamo a portare alla luce le verità, le sfide e le gioie che spesso rimangono celate dietro le quinte. Non siamo un concorso, non una classifica, non un'arena di ego. Siamo un racconto sincero di ciò che la musica, spesso, preferisce tacere, offrendo uno spazio di ascolto e condivisione autentico per i musicisti e per chiunque voglia capire il loro mondo.

LA COSTRUZIONE DEL REPERTORIO

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Premessa dell’osservatore ritmico

Prima di addentrarmi nelle dinamiche del repertorio, è bene chiarire una cosa: non sono un musicista con molte stagioni alle spalle. Non posso dire la mia sulle tonalità, sulle modulazioni o sulle acrobazie vocali. Le mie competenze, in quel campo, si fermano a un rispettoso silenzio.

Però suono percussioni latine, e questo mi dà un altro tipo di sguardo: quello di chi ascolta il brano non dalla prospettiva delle note, ma da quella del movimento, del colore ritmico, dell’interpretazione più o meno latino/americana. Insomma, non discuto se il pezzo è in Do o in Re, ma se “respira” nel modo giusto.

E da questa posizione laterale — né tecnico né direttore, ma osservatore ritmico — mi diverto a seguire le discussioni che portano alla scelta dei brani. È un teatro irresistibile: diplomazia, convinzioni, entusiasmi improvvisi, ripensamenti repentini… e ogni tanto qualche colpo di genio.

La riunione del repertorio

Costruire un repertorio non è un atto creativo: è un esercizio di trattativa da diplomazia internazionale. Ogni musicista arriva con il suo bagaglio di gusti, convinzioni e piccole certezze assolute. 

La liturgia è sempre la stessa:

  • uno propone un brano “che funziona sempre”
  • un altro ricorda che “lo facciamo da troppo tempo”
  • il cantante chiede se può cantarlo senza rischiare le corde vocali
  • il chitarrista vuole sapere se “rende”
  • il tastierista vuole sapere se “serve”
  • il percussionista (io) pensa solo: “Ha un bel groove?”
  • il veterano sospira, perché “ai miei tempi queste cose si decidevano in due minuti”

Io, nel frattempo, prendo mentalmente appunti. È come guardare una partita a scacchi, ma con più risate e meno strategia.

Il momento democratico (più o meno)

Quando arriva la domanda fatidica — “Allora, cosa vi piacerebbe suonare?” — emergono i veri caratteri:

  • l’eclettico propone tre generi incompatibili
  • il nostalgico vuole solo evergreen
  • il modernista vuole solo brani usciti ieri
  • il timido dice “a me va bene tutto”, ma poi non gli va bene niente
  • il pragmatico chiede: “Ma il pubblico queste cose le conosce?”

Io, da bordo campo, mi limito a pensare: “Ecco, adesso parte la trattativa”.

Il pubblico: l’elemento imprevedibile

Il pubblico è il grande jolly. Tu prepari un repertorio raffinato, equilibrato, studiato… e poi scopri che vogliono:

  • ballare
  • cantare
  • urlare
  • o semplicemente “quella famosa, dai, quella lì!”

E allora il repertorio diventa un organismo vivente, che si adatta in tempo reale. Io osservo e sorrido: è la parte più divertente.

Quanti brani, quali generi, quali strumenti

Qui entra in gioco la logistica musicale, quella che nessuno vede ma che fa la differenza:

  • Quanti brani per ogni genere Dipende dal pubblico, dal luogo, dall’orario e dall’umore del gruppo. Un repertorio equilibrato alterna ascolto e movimento.
  • Quali strumenti funzionano meglio Alcuni brani chiedono la chitarra acustica, altri la tastiera, altri ancora un cajón o delle percussioni latine che accendono la sala. Ogni strumento ha un carattere, e il repertorio deve rispettarlo.
  • Chi guida e chi segue Non sempre è lo stesso. A volte è il cantante, a volte il percussionista, a volte chi ha proposto il brano. L’importante è che tutti respirino insieme.
  • Quanto spazio dare all’improvvisazione Troppo rischia di confondere, troppo poco rischia di spegnere la creatività. Il segreto sta nel trovare la “zona giusta”, quella in cui il gruppo si muove come un organismo unico.

Gli strumenti musicali: ognuno con il suo carattere

  • la tastiera vuole sempre dire la sua, e spesso anche quella degli altri
  • la chitarra acustica è la diplomatica del gruppo: media, smussa, armonizza
  • la chitarra solista è l’eroe epico: vive per l’assolo e quando parte, pensa che il mondo si fermi
  • le percussioni latine… non chiedono permesso, entrano e colorano tutto
  • la batteria è il troll del gruppo: non fa nulla di male, ma quando decide di farsi sentire occupa tutto lo spazio sonoro. Si esibisce come se dovesse guadagnare un oscar a ogni colpo: ogni fill è un monologo, ogni rullata una scena madre, costringendo le percussioni latine a farsi largo a gomitate ritmiche.
  • il basso è il guardiano del groove: si irrita quando il tastierista prova a infilare linee di “finto basso” nella mano sinistra
  • il/la cantante vive in un universo parallelo: non parla di tonalità, ma di “sentire il pezzo”
  • il cantante‑chitarrista frontman è un caso a parte: canta, suona, dirige, presenta, improvvisa, intrattiene, decide i tempi… e ogni tanto si ricorda che il resto del gruppo esiste
  • il microfono, infine, decide chi comanda davvero

E io, che vivo nel mondo delle percussioni latine, non entro nelle dispute melodiche: mentre la squadra delle note discute di accordi e sfumature, io penso solo al sapore del pezzo.

La verità finale

Dietro ogni repertorio riuscito c’è:

  • un compromesso
  • un sorriso diplomatico
  • un “ok, proviamo” detto con rassegnazione
  • un “questo però lo facciamo come dico io”
  • e almeno un musicista che pensa: “Ma perché non facciamo solo latin?”

Eppure, quando tutto si incastra — quando il brano parte, il pubblico risponde e il gruppo respira insieme — allora sì, il repertorio diventa magia. Una magia costruita con pazienza, ironia e un pizzico di follia condivisa.

Conclusione dell’osservatore

Il repertorio, alla fine, è un compromesso creativo. Un equilibrio tra gusti, esperienze, umori e — soprattutto — tra ciò che il gruppo vuole suonare e ciò che il pubblico vuole ascoltare.

E io, da osservatore ritmico non troppo coinvolto, posso dirlo con certezza: il vero spettacolo non è sul palco, ma nella scelta dei brani.

Parlare del repertorio di un gruppo musicale è come parlare di una convivenza artistica: sulla carta sembra semplice, nella pratica è un esercizio di diplomazia, intuito e… un pizzico di psicologia spicciola.

G.D.R.

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